Diario politico (327)

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Qualche riflessione sul delitto di Saman

Di fronte al quasi certo (anche se non ancora del tutto accertato) assassinio della giovane pakistana Saman da parte dei suoi genitori e di una mandria di parenti assatanati di fanatismo, una certa sinistra multiculturalista e diciamo pure del politically correct, nel dibattito vivacissimo che il fatto ha scatenato, interviene con l’intento di assimilare l’omicidio di Saman ai tanti femminicidi che si ripetono alla media di uno ogni due giorni nel nostro paese, la gran parte commessi da uomini italianissimi.

Ora lungi da me l’intenzione di sottovalutare il fenomeno dei femminicidi e, quasi di converso, sopravvalutare oltre il dovuto la gravità dell’assassinio di Saman: si tratta in entrambi i casi di fatti gravissimi, odiosissimi ed egualmente esecrabili. E, però, qui vorrei provare (almeno provare) ad argomentare la tesi che l’uccisione di Saman non può essere derubricata a puro femminicidio.

Nel caso dei femminicidi, infatti, la “ragione culturale” (perversa, ovviamente) che in genere li motiva è la gelosia, che è una vera e propria passione calda, per alcuni perfino una passione positiva, quando non arriva a certi eccessi, tanto è vero che viene presentata addirittura come una delle manifestazioni “normali” dell’amore, dell’amore come viene comunemente inteso, anche presso le società culturalmente più aperte ed evolute sul piano dei costumi sessuali, come la nostra.

Ora io non solo ritengo del tutto legittimo, anzi necessario, che contro questo modo di intendere l’amore e la gelosia (che ne sarebbe il naturale corollario), si eserciti la cultura che combatte il patriarcato e qualsiasi fenomeno tenda a limitare, coartare la libertà dell’altro/a, ma ritengo che tale esercizio culturale sia stato finora addirittura troppo timido e indulgente.

La gelosia, infatti, anche quando non arriva alle sue forme estreme, è sempre espressione di una volontà proprietaria, di un istinto di possesso che tende a considerare l’altro/a un oggetto di proprietà privata; e che come tale dunque vada sempre e comunque condannata e combattuta.

E però non si può negare che la gelosia che sta dietro i femminicidi (per quanto abbia anch’essa un certo retroterra culturale molto diffuso, come abbiamo visto, in ogni caso riprovevole, anzi esecrabile) sia una passione individuale, che non coinvolge (meno che mai nel delitto in cui essa eventualmente sfocia) altri soggetti complici o conniventi, se non rarissimamente. E, anzi, in genere, essa viene immediatamente condannata e sanzionata dal contesto sociale circostante.

Nel caso del delitto di Saman, invece, non ci troviamo di fronte ad un omicidio individuale, eseguito nel caldo di una passione, per quanto folle ed esecrabile. No, qui ci troviamo di fronte ad un omicidio eseguito con fredda determinazione, non da un singolo individuo, ma da un gruppo di persone, mosse non da una passione “amorosa” (benché folle), bensì da una fredda, lucida e cinica determinazione, accomunate e “giustificate” da una tradizione culturale radicata e profondamente introiettata.

Ora io non penso minimamente che, a questo punto, si debba dare addosso, in modo generico e indifferenziato, ad una intera etnia, che non a caso in alcune sue istituzioni organizzate ha preso pubblicamente e civilmente le distanze dal tristissimo fatto. E neanche di criticare in blocco, in maniera generica e indifferenziata l’intero islamismo, che di quella etnia è la religione principale.

Penso però non si possa negare che certe correnti islamiche ancora oggi difendano a spada tratta certi costumi e certe usanze, come quella che sta dietro il delitto di Saman, che per noi occidentali (almeno per la maggioranza di noi) sono del tutto barbare ed incivili. Si può allora esercitare legittimamente il diritto di critica, anzi di ferma e dura condanna, nei confronti di questi modi di pensare e delle usanze che da essi conseguono?

Mi rendo conto, sono pienamente consapevole, che già porre una simile domanda va probabilmente contro il politically correct, almeno per come lo intende una certa sinistra, e scatena automaticamente reazioni contrarie, a volte persino feroci: qualcuno arriva, addirittura, a parlare di mancanza di rispetto nei confronti delle culture diverse dalla nostra e perfino di razzismo latente.

Ma io francamente trovo tali reazioni del tutto ingiustificate, anzi le ritengo frutto di analisi superficiali e omologanti. Io voglio poter condannare in maniera dura e ferma i femminicidi che accadono quasi quotidianamente in Italia, figli sicuramente di una cultura patriarcale ancora non del tutto morta e sepolta o almeno di suoi residui ancora attivi, operanti.

Ma voglio poter condannare allo stesso modo (e, anzi, ancora di più) fenomeni (come quello dell’uccisione di Saman) che non sono espressione di una cultura patriarcale residuale, per quanto ancora estesa, (come i nostri femminicidi), ma di una cultura patriarcale ancora e oggettivamente molto radicata e solida (bisogna dirlo, senza con questo voler fare alcuna generalizzazione indifferenziata) presso alcune etnie.

© Giovanni Lamagna

Diario politico (326)

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Sulla condanna di Nichi Vendola

La recente sentenza di primo grado relativa alla vicenda dell’acciaieria ILVA di Taranto ha (purtroppo per lui!) riportato agli “onori” delle cronache Nichi Vendola, ex Presidente della Regione Puglia e storico esponente del PCI prima, di Rifondazione Comunista poi e infine di SEL, una forza politica che aveva tra le sue ragioni fondanti quella dell’ecologismo.

Ora io non voglio entrare nel merito della sentenza, sia perché non conosco nei dettagli la vicenda giudiziaria che l’ha prodotta sia perché non ne avrei le competenze giuridiche. Voglio, invece, affrontare la questione sul piano strettamente politico.

Da questo punto di vista a me pare acclarato che Nichi Vendola si sia barcamenato tra due opposte esigenze: 1) tutelare la salute pubblica e quindi chiedere e varare provvedimenti che migliorassero il grado di vivibilità non solo della fabbrica Ilva ma dell’intera città di Taranto; 2) tutelare e salvaguardare il più possibile la sopravvivenza della fabbrica e di conseguenza quella dell’occupazione di migliaia di lavoratori.

Posizione in linea teorica del tutto condivisibile. Forse meno condivisibile sul piano pratico, visti i livelli oramai del tutto insostenibili di inquinamento raggiunti già da svariati anni dalla Fabbrica ILVA nel corso di decenni di cattiva (a voler usare un eufemismo) gestione, per quanto riguarda almeno il suo impatto ambientale.

Voglio dire: ci sono situazioni in cui l’accordo, il compromesso tra le due esigenze di cui sopra vanno cercati, perché sono realisticamente possibili e sostenibili da entrambi i punti di vista; quando però l’inquinamento è arrivato ad un punto tale da aver provocato già numerose morti accettate e da far prevedere sicuramente altre morti nel breve futuro, allora il compromesso non è più possibile e vanno prese decisioni drastiche, per difendere la salute pubblica, che è un bene primario, che viene sicuramente prima di quello dell’occupazione e del lavoro.

Su questo punto, forse, ci sono a mio parere delle responsabilità politiche di Nichi Vendola, il quale, figlio di una cultura politica (quella comunista) abituata da sempre a mettere al primo posto la questione-lavoro, ha forse scontato, nonostante il suo proclamato e per molti versi indubbio, perché concretamente praticato, ecologismo, un certo ritardo culturale.

In certe situazioni, infatti, ed oltre un certo limite tra salute e lavoro non si può mediare, come ha fatto (a mio avviso in buona fede) Nichi Vendola; bisogna scegliere con nettezza e stare nettamente dalla parte della salute, anche a costo di sacrificare (per quanto dolorosamente) occupazione e lavoro; e anche prima (aggiungo) di trovare soluzioni credibili e realistiche alla crisi occupazionale che si sarebbe ovviamente determinata con la chiusura del ciclo di produzione di una fabbrica così altamente inquinante.

© Giovanni Lamagna

Al ritorno dal corteo pro Palestina

Tag

, , , , , , , , , , , , , ,

Ieri pomeriggio – mentre tornavo a casa dal presidio e dal successivo corteo organizzati per solidarietà al popolo palestinese, massacrato in questi giorni dai raid israeliani – tra via Monteoliveto, Calata Trinità Maggiore, piazza del Gesù, via san Sebastiano, piazza Bellini e via Costantinopoli, ho incrociato una vera e propria marea di migliaia e migliaia di giovani, che si ingrossava via, via che procedevo.

Per un attimo, come in una sorta di sogno innescato dal desiderio, ho immaginato che anche essi stessero tornando dal corteo al quale avevo partecipato io; ma è stato solo un attimo, perché dopo pochi secondi mi sono destato dal sogno.

Questi giovani, infatti, venivano tutti dalla direzione contraria alla mia o stavano quasi piantati sulla strada, incuranti di chi come me cercava di passare, o erano stravaccati sulle sedie dei bar a tracannare i loro aperitivi e birre e strafocare panini e pizzette, lontani anni luce dalla immane tragedia che si sta verificando in queste ore a poca distanza da casa nostra (e quindi anche loro), beati nella loro indifferenza/ignoranza, gaudenti della loro libertà/strafottenza.

A questo punto ho provato un grande senso di amarezza (a voler usare un eufemismo). In realtà il mio (lo voglio confessare) era vero e proprio disgusto. Quali mostri ha allevato, come figli o nipoti, una buona parte della mia generazione!

Giovanni Lamagna

Diario politico (325)

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , ,

Sul conflitto in corso tra Palestinesi e Israeliani

Quanto sta succedendo in questi giorni in Medio-Oriente, come tutti sappiamo, ha radici antiche, è cioè il frutto avvelenato di una pianta nata e cresciuta male.

Nessuno poteva certo illudersi che la trasmigrazione di quote crescenti di Ebrei nei territori arabi della Palestina, cominciata già agli inizi del 1900 e consolidatasi alla fine della II guerra mondiale, fino al riconoscimento da parte delle Nazioni Unite nel maggio del 1948 del nuovo Stato di Israele, non avrebbe suscitato le reazioni negative, anzi decisamente ostili, innanzitutto del popolo palestinese – che quei territori li occupava oramai dai tempi lontani della diaspora ebraica – e poi dei paesi arabi circostanti, che dalla nascita del nuovo Stato ebraico si sentivano (a torto o a ragione) minacciati.

La decisione delle maggiori potenze mondiali di favorire nel 1948 la nascita del nuovo Stato d’Israele ha, dunque, nei fatti e oggettivamente installato in quella zona una pericolosissima polveriera, pronta ad esplodere in ogni momento; e, infatti, è esplosa più volte e periodicamente, a volte in maniera micidiale, dal 1948 ad oggi.

Pertanto la responsabilità maggiore di quanto sta succedendo in questi giorni appartiene alle maggiori potenze mondiali, in primis a quelle occidentali, che prima non hanno saputo prevedere quanto poteva succedere e poi non hanno saputo impedire, bloccare ab origine quanto di fatto poi è accaduto e accade ancora.

A questo punto realismo vorrebbe che entrambe le parti in conflitto prendessero atto che l’unica soluzione possibile per risolvere il problema è quella che fu già sancita dalla risoluzione delle Nazioni Unite, la n. 181 del 1947, che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno arabo e l’altro ebraico.

A questa soluzione si sono però sempre opposti e ancora oggi si oppongono due (diversi, ma speculari) integralismi.

Il primo è quello ebraico, che pretende di estendere le sue zone di influenza anche nei territori arabi e mira nei fatti alla costituzione di un unico Stato, quello ebraico, di cui la popolazione palestinese entrerebbe a far parte, come pura minoranza etnica, tra l’altro discriminata economicamente, socialmente e politicamente.

L’altro estremismo è quello arabo, che ancora oggi non riconosce il diritto alla esistenza di uno Stato ebraico autonomo e rivendica un (oramai impossibile) ritorno ad uno stato di cose ante quam; tra l’altro in una situazione nella quale Israele può disporre di uno degli eserciti più potenti del mondo, mentre i Palestinesi dispongono di scarsissimi mezzi militari.

A causa di questi due opposti integralismi ed estremismi è venuto a crearsi un vero e proprio nodo gordiano, che adesso è diventato difficilissimo sbrogliare.

A me sembra che, a questo punto, una via d’uscita possibile da questa tragica situazione la possa trovare solo il popolo palestinese; paradossalmente: ne sono pienamente consapevole; e (beninteso!) senza che questo suoni minimamente come un insulto alle tante e inenarrabili sofferenze che in questi ultimi decenni tale popolo ha dovuto sopportare.

Come? Prendendo atto di tre cose essenziali: 1) le lancette della Storia non possono oramai essere riportate all’indietro; 2) i rapporti di forza, innanzitutto quelli economici e poi quelli militari, nei confronti dell’avversario israeliano sono immensamente e irrecuperabilmente sfavorevoli; 3) il popolo palestinese potrà far valere le sue sacrosante ragioni, di fronte non solo alla comunità internazionale ma perfino dinanzi ai settori più illuminati e meno oltranzisti (e ce ne sono) di quella ebraica, solo se rinuncerà agli strumenti di guerra (tra l’altro assolutamente sproporzionati e inadeguati nel confronto con quelli avversari) ed alle azioni militari o terroristiche, optando per forme di resistenza attiva e nonviolenta, sul modello di quelle realizzate (a suo tempo e con indubbio successo) dagli indiani al seguito del Mahatma Gandhi e dai neri sudafricani al seguito di Nelson Mandela.

Alternative diverse da questa, che non vogliano avere – come esito inevitabile e scontato – uno stato cronico e permanente di guerra, che però prima o poi sfocerebbe nello sterminio totale del popolo Palestinese, io non ne vedo.

E’ arrivato il momento che i Palestinesi tutti lo comprendano fino in fondo e che la loro maggioranza riesca ad emarginare e rendere inoffensivi definitivamente i gruppi più estremisti, che ancora si illudono che il problema oramai secolare del conflitto con Israele possa essere risolto con la guerra o addirittura con le ritorsioni e le azioni terroristiche.

© Giovanni Lamagna

Diario politico (324)

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

26 aprile 2021

Un’imposta di scopo a favore del lavoro autonomo

Il sottoscritto sarebbe personalmente favorevole ad un’imposta straordinaria di scopo sul lavoro dipendente per finanziare interventi di solidarietà a sostegno dei tanti settori di lavoro autonomo, che in questi ultimi mesi hanno subito i tragici contraccolpi economici della pandemia.

A condizione che questi stessi settori, che da sempre si oppongono a misure serie ed efficaci di lotta alla evasione fiscale, mettano una buona volta fine a questa loro storica opposizione e collaborino, come è loro dovere civico, in misura proporzionale alle loro entrate, alle spese dello Stato, di cui anch’essi (tra l’altro) usufruiscono ampiamente.

In altre parole non è più moralmente sostenibile che una larga parte dei piccoli e grandi imprenditori dei settori oggi particolarmente colpiti dalla pandemia dichiari all’Agenzia delle Entrate redditi annui assai poco credibili, in non pochi casi addirittura inferiori a quelli dei suoi dipendenti.

Non è inoltre intellettualmente, prima che moralmente, sostenibile che coloro, i quali si sono da sempre (direi storicamente) opposti a interventi statali di sostegno al reddito ed all’occupazione quando questi riguardavano altri, si mobilitino oggi in maniera così attivamente protagonista e con forme di protesta in alcuni casi addirittura violente, quando la crisi colpisce loro.

Si mettessero dunque d’accordo con sé stessi: se interventi dello Stato sono necessari in economia (ed a mio avviso lo sono) essi allora lo devono essere sempre e in linea di principio e devono poter riguardare tutti i settori che a seconda delle necessità contingenti ne hanno bisogno; non è insomma – né teoricamente né politicamente né moralmente- ammissibile che in alcuni casi siano ritenuti legittimi e in altri no.

………………………………………………………….

30 aprile 2021

Sulle reazioni alla vicenda degli ex terroristi arrestati in Francia.

Trovo molto calzante il post che un mio amico ha pubblicato poche ore fa su Facebook: “Spesso l’attualità si traduce in un vero e proprio stress-test delle nostre idee.” La penso anche io esattamente così.

Quanto è successo l’altro ieri con l’arresto di sette italiani, condannati con sentenze definitive per delitti politici e rifugiatisi in Francia per sfuggire alla giustizia italiana, protetti dalla famosa (e ambigua) dottrina Mitterand, sta sottoponendo la sempre più sparuta comunità della cosiddetta sinistra radicale italiana – di cui mi sento idealmente parte – ad una specie di stress-test, come acutamente ha scritto il mio amico.

Mi colpisce in modo particolare la reazione che hanno avuto alcuni compagni e compagne, compreso l’amico di cui sopra, che io mai avrei immaginato e meno che mai previsto di fronte a quanto è successo ieri.

Una reazione caratterizzata dalla indignazione, in alcuni casi dalla vera e propria rabbia e, quindi, come naturale conseguenza, dalla protesta dai toni molto animati (a voler usare un eufemismo) nei confronti di un’operazione che, nel migliore dei casi, è stata definita propagandistica, nel peggiore, sadicamente e inutilmente vendicativa, addirittura segno di un’ulteriore torsione autoritaria già abbondantemente in atto.

Questa reazione è, a mio avviso, il segnale che persistono ancora oggi (anche in compagni nei quali non lo avrei mai e poi mai sospettato, per cui la cosa mi colpisce ancora di più) tracce di una qualche nostalgia, di un qualche rimpianto e forse anche di una qualche latente simpatia se non proprio per le organizzazioni politiche a cui i 7 arrestati “parigini” appartenevano quantomeno per la “cultura politica” che le/li sorreggeva.

E questa constatazione per me è ancora più rilevante dei contenuti stessi del dibattito molto acceso che si è venuto sviluppando in queste ore, perché sancisce in modo a mio avviso molto significativo (e mi verrebbe di dire forse definitivo: di qui l’importanza della vicenda) una divisione, anzi una vera e propria rottura, tra “compagni” che in questi ultimi anni avevano condiviso un percorso comune.

Come se quanto accaduto in queste ore avesse costituito una sorta di cartina di tornasole per verificare le attuali effettive convergenze ideali e culturali, prima che politiche, tra questi compagni.

Quale scenario ne esce? A mio avviso il seguente.

Vedo da una parte coloro che, pur condividendo una critica radicale (sottolineo: RADICALE) allo “stato di cose presente”, all’attuale organizzazione economica della società, alla sua stratificazione per classi e ceti, ai suoi paradigmi culturali prevalenti, ai suoi assetti politico-istituzionali, ritengono che il cambiamento necessario, perfino rivoluzionario, vada promosso all’interno dell’attuale quadro costituzionale e, quindi, in forme graduali, pacifiche e assolutamente nonviolente.

E vedo da un’altra parte coloro che, almeno a parole, affermano pure loro di condividere lo stesso percorso dei primi e nei fatti (almeno in parte) lo praticano pure, ma evidentemente con una qualche riserva mentale forte, perché poi (a giudicare dalle loro reazioni rispetto alla vicenda di cui stiamo ragionando) sembrano teoricamente quantomeno scissi e contraddittori, se tra ex terroristi (dichiarati tali – si badi bene – da sentenze definitive) e Stato (pur con tutti i suoi limiti e difetti, comunque democratico) appaiono stare più dalla parte dei primi che del secondo.

Io penso che, a questo punto, la divaricazione che stiamo verificando in questi giorni non sia più componibile. Che questi due raggruppamenti debbano andare ciascuno per la sua strada, che non sia più possibile quel percorso condiviso che, pure tra alterne vicende, tra alti e bassi, in questi anni c’era stato.

© Giovanni Lamagna

Diario politico (323)

Tag

, , , , , , , ,

Due pensieri per il 25 aprile 2021

Oggi, rivedendo per televisione le immagini che avevo già visto tante volte in passato – quelle degli italiani in festa all’arrivo degli eserciti alleati e liberatori o al passaggio dei partigiani vittoriosi dopo lunghi mesi di lotta armata contro i nazifascisti – un pensiero mi è venuto in evidenza e non ho saputo rimuoverlo, anzi voglio esternarlo.

Molti di quegli italiani, uomini e donne, giovani e anziani, erano gli stessi probabilmente che durante tutti gli anni del regime fascista e forse persino fino a pochi mesi prima della sua caduta riempivano le piazze per ascoltare il Duce e lo osannavano con lo stesso entusiasmo con cui ora salutavano i soldati alleati e i partigiani.

Ed è stato un pensiero amaro: l’ennesima constatazione di come è suscettibile e labile il sentire e ancora di più il pensare delle masse popolari, che un giorno sentono e pensano in un modo e magari già il giorno dopo sentono e pensano esattamente l’opposto.

Un secondo pensiero mi è sovvenuto; e questo ha a che fare di più con l’attualità, anche se ha pure parecchia attinenza con il precedente.

Tutti (o perlomeno tanti) oggi, in questo tempo tragico di pandemia, dicono: nulla dovrà tornare come prima.

Ed io mi chiedo: la penseranno ancora così, quando questo pandemonio (pardon, pandemia) sarà finito?

Lo spero, ma temo che purtroppo non sarà così…

Anche se chi sinceramente pensa che “nulla dovrà essere come prima” (tra i quali metto presuntuosamente il sottoscritto) dovrà fare di tutto perché questo auspicio diventi realtà effettiva.

Insomma e tanto per non cambiare: il pessimismo della ragione coniugato con l’ottimismo della volontà

© Giovanni Lamagna

Diario politico (322)

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

1 marzo 2021

La funzione storica dei 5 Stelle

Io non ho mai pensato o creduto che i 5 Stelle fossero l’alternativa a questo sistema di partiti. Ho solo sperato (pur senza averli mai appoggiati né votati) che essi avessero la funzione di disarticolare l’attuale sistema e favorirne, quindi, indirettamente un rinnovamento, una ricostruzione su nuove basi, specie a sinistra.

Questa disarticolazione, in effetti, c’è stata. E quindi, almeno per quanto mi riguarda, i 5 Stelle hanno avuto una funzione positiva, perché necessaria, utile.

Chi ne ha pagato maggiormente il prezzo (come io immaginavo, anzi auspicavo) mi pare sia stato il PD. Ma alla fine ho l’impressione che tutto il baillame provocato abbia avuto come esito principale quello di generare un’ulteriore confusione e frammentazione a sinistra e una deriva ancora maggiore e più radicale verso destra.

………………………………..

7 marzo 2021

Sul nuovo vescovo di Napoli

Stamattina sono stato alla Chiesa di santa Maria della Sanità dove il nuovo vescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, avrebbe celebrato una Messa nell’anniversario della morte di Fortuna Bellisario, una giovane donna uccisa due anni fa dal marito.

La terza Municipalità aveva organizzato per l’occasione un flashmob all’uscita dalla Messa e mi aveva invitato a partecipare.

Ho avuto modo così di conoscere il nuovo vescovo, che avevo già visto e ascoltato per televisione e di cui avevo già molto sentito parlare. Mi hanno colpito di lui due cose.

La prima sicuramente positiva: il modo con cui si è presentato in chiesa; vestito in clergyman e senza alcuna solennità; mi pare sia venuto addirittura a piedi.

La seconda cosa è meno positiva: ha fatto un’omelia molto lunga, durata più di venti minuti; non ha parlato a braccio ma ha letto il suo discorso, usando un linguaggio parecchio complesso ed elaborato, soprattutto per il contesto nel quale si trovava.

Non è stato, insomma, particolarmente efficace sul piano della comunicazione; neanche per me che ero in grado di capire le cose che ha detto; figuriamoci per chi (ed erano molti tra i presenti) non ne avevano gli strumenti.

………………………………………

10 marzo 2021

Sulla crisi del PD

Credo che la crisi del PD (l’ennesima), esplosa con le recenti dimissioni dalla segreteria del partito di Nicola Zingaretti, sia assolutamente irresolubile.

A meno di non voler perseverare in un accanimento terapeutico, che terrebbe in vita artificialmente il partito, ma in una sorta di coma irreversibile.

L’unica possibilità di uscire da questa crisi (che in questo caso si rivelerebbe nel suo aspetto positivo di opportunità) è che le sue diverse anime prendano ciascuna la strada che le è più connaturale.

Chi vuole andare a destra (si dice centro, solo perché ci si vuole opportunisticamente mimetizzare) vada a destra.

Chi vuole andare a sinistra (per quanto molto, molto moderata) dia finalmente un’accelerata a questa scelta, rinunciando a defatiganti e sterili mediazioni, che avrebbero un unico risultato: la paralisi.

© Giovanni Lamagna

Diario politico (321)

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

17 febbraio 2021

Prima impressione a caldo…

La mia prima impressione a caldo sul discorso di insediamento del suo governo, tenuto poco fa da Mario Draghi al Senato, la articolerei in tre punti:

1.C’è stato un lungo elenco di principi, finalità e obiettivi, che in linea di massima e teorica si possono anche condividere; è stato molto meno articolato l’elenco dei modi, degli strumenti e dei tempi con cui Draghi pensa di realizzarli;

2. Mi pare che la gran parte dei principi, delle finalità e degli obiettivi dichiarati si ponga in sostanziale continuità con quelli che erano stati del precedente governo; ciò non crea nessun problema alle due formazioni di destra entrate in maggioranza?

3. Importante mi è sembrato un passaggio sul ruolo della politica nella determinazione dei principali obiettivi dello sviluppo economico; che, se non rimanesse una buona intenzione, sarebbe una gran bella inversione di tendenza.

……………………………

Sull’autocandidatura a sindaco di Antonio Bassolino

Sbaglierò, ma a me questa autocandidatura di Antonio Bassolino a prossimo sindaco di Napoli sembra sia figlia di un narcisismo fuori dal comune.

Che tale resterà, credo: fuori dal… Comune!

…………………………………….

18 febbraio 2021

La parabola umana e politica di Antonio Bassolino

Questa nuova (auto)candidatura di Antonio Bassolino a sindaco di Napoli disegna in maniera plastica due parabole politiche, che sono del resto parallele: quella personale di Bassolino e quella dei suoi ex partiti, prima PCI, poi PDS, quindi DS, infine PD.

Bassolino si candidò per la prima volta a sindaco di Napoli come dirigente di un partito ancora chiaramente di sinistra, il PDS, addirittura rivestendo l’immagine, a dire il vero già un po’ sgualcita, di esponente storico dell’operaismo.

Oggi Bassolino si presenta in primo luogo come esponente della borghesia medio-alta; è questa borghesia che innanzitutto guarda a lui e ne sostiene la candidatura; non certo il popolo degli operai e della povera gente, che forse manco si ricorda più di lui.

Insomma un percorso politico ed umano si è compiuto, una parabola si è conclusa; potremmo metaforicamente sintetizzarli così: da Afragola a Posillipo; i due luoghi simboli del Nostro; quello dove è nato e quello dove oggi vive.

E però la parabola culturale, politica e perfino antropologica di Antonio Bassolino esprime bene, in modo addirittura emblematico, quella dei partiti da cui la sua storia politica è stata attraversata e segnata: dal PCI, che era (non solo, ma innanzitutto) il partito della classe operaia e delle periferie, al PD, che è oramai chiaramente (non solo, ma innanzitutto) il partito della classe medio-alta e dei centri storici.

……………………………………

20 febbraio 2021

La funzione storica del M5S

Il M5S ha avuto la funzione storica (anche se piena di macroscopiche e abbondanti contraddizioni) di scuotere un sistema politico putrescente (specie a sinistra).

Che cosa ne deriverà non è facile immaginarlo. Io prevedo ancora parecchi anni prima che il sistema trovi un nuovo equilibrio, sufficientemente stabile.

Sarà necessario che a sinistra nasca una nuova cultura politica che superi e vada oltre quelle del 900. Finora a sinistra ha funzionato solo la “pars destruens” (per dirla con altre parole, la “rottamazione”); non c’è stata la “pars costruens”.

Il M5S ha avuto la capacità di cogliere la crisi del sistema politico in atto e, fin quando ha potuto, l’ha sfruttata, raccogliendo consensi a mani basse. Ma non aveva e non ha gli strumenti culturali e il personale politico per indicarne la fuoriuscita.

Ci vorranno ancora molto tempo ed uno straordinario sforzo collettivo per riuscire a intravedere finalmente la luce in fondo al tunnel. Io credo che la generazione di cui faccio parte (quella del ’68) non farà in tempo a vederla.

…………………………………………

La vicenda inquietante dei vaccini antiCovid19

Questa storia dei vaccini che le regioni starebbero tentando di acquistare in maniera autonoma, ognuna per conto proprio e saltando il ruolo dello Stato italiano, è per me allucinante, oltre che emblematica, ad un livello oramai limite e non più sopportabile, della confusione istituzionale, che già da tempo caratterizza il rapporto tra Stato e Regioni in Italia, ma che è esplosa in maniera clamorosa nel corso di questo ultimo anno caratterizzato dalla disastrosa emergenza pandemica.

Numerose sono le domande inquietanti che pone la vicenda:

1. ma allora i vaccini ci sono o non ci sono sul mercato internazionale?

2. non è che le aziende farmaceutiche hanno creato un mercato parallelo, fingendo di avere problemi di produzione, per poter ricavare ancora di più dalla loro vendita?

3. se si crea una sorta di mercato parallelo, diciamo pure nero, è ovvio che si scatena la corsa all’accaparramento (delle Regioni, ad esempio), a chi fa prima a procurarsi le dosi; e lo Stato cosa fa ? sta a guardare? permette iniquità di trattamento tra i suoi cittadini?

4. se le Regioni arrivano a procurarsi il vaccino prima dello Stato e dei vaccini c’è ancora penuria rispetto alle richieste, questo quali conseguenza avrà? che i ritardi dei vaccini promessi allo Stato si faranno ancora maggiori? e, magari, si faranno maggiori anche le richieste economiche che le case farmaceutiche faranno allo Stato, in base alla legge della domanda e dell’offerta?

5. possono gli Stati tollerare un tale mercimonio, oltretutto di fronte ad una tale tragedia umanitaria? lo può ancora di più tollerare una comunità sovranazionale qual è l’Unione Europea? non avrebbero entrambi (Stati e UE) il diritto (e, forse, anche il dovere, per tutelare la salute dei loro cittadini) di requisire in maniera forzosa i prodotti, in nome di un bene primario e prioritario: la salute collettiva? o, meglio ancora, di impadronirsi dei brevetti e di garantirsi nel più breve tempo possibile la produzione autonoma dei vaccini, senza dover sottostare ai tempi (e forse ai ricatti) delle industrie farmaceutiche? Se non ora, quando?

……………………………………..

Di questi tempi l’accusa più infamante che ci si possa sentire rivolgere, quella che in una discussione ti toglie ogni possibilità di controbattere e ti tramortisce definitivamente, è la seguente: “la tua posizione è ideologica!”

In genere la utilizzano quelli che, a loro volta, fanno ricorso ad una ideologia. Con la differenza che la tua è stata sepolta dalla Storia ed appare oramai perdente, mentre la loro spopola, è entrata nel senso comune, ha costruito egemonia culturale.

© Giovanni Lamagna

Marx, democrazia e dittatura del proletariato

Tag

, , , , , , , ,

Per Marx lo Stato è sempre una dittatura.

“… è irrilevante il COME si governa, mentre acquista rilievo il problema di CHI governa (borghesia o proletariato)”.

Io non sono d’accordo. Per me ci sono dittature e dittature. E non è rilevante solo CHI governa, ma anche il COME si governa.

Anche io vorrei che a governare fosse il proletariato, in quanto espressione la più ampia possibile del popolo, quindi “classe generale”.

Ma vorrei che il proletariato governasse rispettando le regole della democrazia, anche di quella formale.

Considero, infatti, la democrazia, pur con tutti i suoi limiti, la miglior forma di governo fino ad ora inventata dall’uomo.

Sono, insomma, contrario alla “dittatura del proletariato”, come lo sono ad ogni altra forma di dittatura.

© Giovanni Lamagna

Perché sono contrario a Matteo Renzi: lettera aperta a Massimo Recalcati.

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Caro Massimo,

ci tengo a manifestarti il mio più radicale dissenso per l’articolo che hai pubblicato ieri su “La Stampa” (https://www.massimorecalcati.it/…/Massimo_Recalcati_-_8…). Te lo argomento per punti, spero il più possibile sintetici.

1. Non è, a mio avviso, dialetticamente molto corretto porre a capo del “coro unanime e rabbioso” che in questi giorni si è levato contro l’impopolarissimo (a voler usare un eufemismo) Renzi un politico altrettanto impopolare (se non di più) come Massimo D’Alema. In tanti che non ci siamo riconosciuti in passato e non ci riconosciamo in D’Alema oggi non ci siamo riconosciuti in passato e, meno che mai, ci riconosciamo oggi in Renzi.

2. Quanto al compiacimento manifestato da Massimo D’Alema nei confronti dell’impopolarità di Renzi, mi viene da farti rilevare che il “tuo” Renzi non scherza mica quando deve manifestare il suo compiacimento per le sue vittorie politiche (molto simili – tutte – a quella di Pirro) . Evidentemente “chi di spada ferisce è destinato a di spada perire”.

3. Dici: “Renzi sarebbe vittima patologica del suo Ego, irresponsabile a generare una crisi di governo al buio in un tempo di emergenza sanitaria ed economica, abbagliato dalla necessità solo tattica di recuperare visibilità politica, indifferente alle conseguenze collettive dei suoi scellerati passaggi all’atto.”. Tutto falso, tutto sbagliato, tutto ingiusto, neanche un briciolo, manco un briciolino, di verità?

4. Non credo in maniera assoluta e acritica al detto popolare “Vox populi vox Dei”. Ma, se come dici tu, si forma un “coro unanime” negativo (di cui è parte perfino il direttore del giornale su cui pubblichi) nei confronti di una persona, certo uno psicoanalista è chiamato a farsi venire qualche sospetto, ma (se mi consenti) da entrambi i lati: verso il “coro unanime e rabbioso” ma anche verso colui che quel coro che se è lo in qualche modo attirato. O no?

5. Il richiamo che fai al “pensiero unico” mi sembra quanto mai inappropriato in un tempo e in un mondo nei quali – lo sai bene – dilaga ben altro “pensiero unico”, che tende a schiacciare il mondo del lavoro, a favorire in maniera unilaterale quello delle imprese e a strafregarsi dell’ambiente in nome della legge del profitto (come ci ricorda ad ogni piè sospinto non proprio l’ultimo venuto, ma un certo papa Francesco).

6. La soluzione Draghi non credo abbia raffreddato gli animi nei confronti dell’operazione politica compiuta da Renzi; di certo non ha raffreddato il mio. Perché avrebbe dovuto? Draghi ha ricevuto l’incarico da una settimana e mezzo e per ora non sappiamo ancora nulla di quali saranno gli esiti del suo tentativo. Alla faccia dell’urgenza, reclamata ogni ora, ogni minuto e ogni secondo dal tuo caro Matteo e, persino, dal saggio Mattarella!

7. Le critiche di “Italia viva” al governo Conte erano del tutto e manifestamente pretestuose. Tanto è vero che le richieste (sempre al rialzo) fatte a Conte (ad esempio, il Mes), sono rientrate nel confronto con Draghi. Il loro unico e vero obiettivo era quello di disarcionare Conte e sostituirlo con un qualsivoglia Presidente del Consiglio, pur di non far crescere troppo in popolarità il Conte. Fino al prossimo disarcionamento, sul quale, visti i numerosi precedenti mi azzarderei a mettere la mano sul fuoco.

8. “Immobilismo, esautoramento del Parlamento, errori di fronte alla emergenza sanitaria e, soprattutto, nella programmazione dei futuri investimenti, per non citare il tema del Mes.”? Certo! Invece, oggi con questa crisi (che dura già da quasi 2 settimane) sì che abbiamo dato una forte accelerata, il Parlamento è stato pienamente protagonista della scelta del nuovo Presidente incaricato (quello del “pilota automatico”), sicuramente non si faranno più errori di fronte all’emergenza sanitaria (come se negli altri Paesi europei non ne fossero stati compiuti), ci sarà una programmazione del Recovery Plan (ma l’Europa non ci ha detto, anche oggi, che c’è tempo fino ad aprile per presentarla?), ci sarà il Mes (ne sei tanto sicuro, Massimo, con i 5 Stelle che, fino a prova contraria, restano nel governo – e come soci di maggioranza –  e con la new entry della Lega, che sono contrari al Mes più dei 5 Stelle?).

9. No, la crisi innescata da Renzi non è stata “una pura manovra di palazzo”! Interessi ben consolidati (in primis quelli di Confindustria e quelli della Destra politica che voleva far cadere – legittimamente dal suo punto di vista – il governo) da mesi brigavano per raggiungere questo obiettivo. Non mi pare però che essa sia stata l’esito di una sollevazione popolare, visto il “coro unanime” contrario a Renzi, che tu stesso richiami.

10. Casalino sarà stato pure un portavoce impresentabile dal punto di vista etico ed estetico per il Presidente del consiglio uscente. Ma Casalino era pur sempre solo un portavoce. Invece Renzi non si è fatto rappresentare da nessuno quando la settimana scorsa ha fatto la sua uscita in Arabia saudita. Come la giudichi sia sul piano estetico che su quello etico? Mi pare che neppure il poco presentabile Casalino sia mai sceso ad un tale livello.

11. Bersani e compagni faranno pure parte di una generazione di sconfitti, saranno pure degli imperdonabili paternalisti, esponenti di una sinistra tradizionalista e livorosa. E su questo posso pure essere d’accordo con te. Ma non mi pare che il tuo giudizio sia esente da analogo livore e rancore, come di chi (consenti anche a me l’utilizzo – amabile, seppure immodesto –  di qualche strumento psicoanalitico) forse ha ancora da farsi perdonare un passato con il quale crede di aver fatto pienamente i conti e forse ciò non è proprio del tutto vero.

12. Può anche darsi, anzi è senz’altro vero, che gli errori e persino le canagliate di Renzi non comprovino l’innocenza di D’Alema, Bersani e compagni. Ma dovresti riconoscere che la cosa è vera anche all’incontrario. Che le scivolate e gli errori di D’Alema, Bersani e company non assolvono ipso facto quelli di Renzi. Che il paternalismo livoroso dei primi non ha giustificato affatto in passato e non giustifica oggi la furia rottamatrice (converrai che non è bella la parola: “rottamazione”!) del tuo beniamino.

13. L’identità del PD. Qual è l’identità del PD? Lo sai tu? Certo non poteva essere quella degli ex comunisti! Ma perché dovrebbe essere quella degli ex democristiani alla Renzi? Non credi che il tentativo fatto di omogeneizzare quelle due (rispettabili) culture politiche sia, alla luce dei risultati che ha dato, sostanzialmente fallito? E che bisogna forse provare a costruire altro? Di cui però, se non sono capaci i D’Alema e i Bersani, non sono capaci manco i Renzi e le Boschi?

14. Il referendum promosso da Renzi è stato un vero e proprio attacco alla Costituzione. Ricordo che egli lo pubblicizzava così (tra l’altro confondendo in maniera manipolatoria riforme promosse dal referendum con una nuova legge elettorale fortemente maggioritaria che egli avrebbe voluto a seguire, ma non c’entrava niente col referendum): “noi abbiamo bisogno di assetti istituzionali, per i quali la sera stessa delle elezioni si sappia chi governerà per i prossimi 5 anni”. Sappiamo tutti che, per avere questi assetti, ci sarebbe bisogno di una legge elettorale che garantisse alla lista vincitrice anche un solo voto in più rispetto a quelle avversarie, a prescindere dalla percentuale di voti da essa ottenuti, anche col solo 20/25% dei consensi. E ti pare democratica una tale legge elettorale? Di certo essa confliggerebbe con la nostra Costituzione, che pretende un “voto libero ed uguale”.

15. Eravamo già nel buio, prima di questa crisi aperta al buio? Certo, sarebbe falso affermare che stavamo attraversando un periodo di luce splendente. Ma mi sai dire quale Paese del mondo lo sta attraversando oggi? E, soprattutto, usciremo da questa crisi con più luce? Pensi che avremo più luce con un governo che avrà imbarcato nel frattempo Forza Italia e Lega? Con un governo chiaramente e oggettivamente più spostato a Destra? O credi che Forza Italia e Lega entreranno nel governo Draghi per fare le belle statuine? Certo, questa crisi ci farà voltare davvero pagina! Con Forza Italia e Lega! Grande capolavoro politico di Renzi!

Con stima ed affetto, Giovanni